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30 MAGGIO 1848 - BATTAGLIA DI GOITO
Prima di arrivare alla battaglia di Goito, ripercorriamo le tappe essenziali della campagna del 1848 dell'esercito piemontese di Carlo Alberto contro l'Austria.
Dopo l'insurrezione di Milano e le cinque giornate, dopo la fuga di Radetzky dalla città, dopo la rapida avanzata dell'esercito piemontese in Lombardia, ora si è giunti alle rive del Mincio primo grosso ostacolo naturale. Carlo Alberto riesce a farlo varcare alle sue truppe e spinge la propria ala sinistra verso nord, con l'obiettivo di tagliare le comunicazioni tra le due maggiori fortezze austriache del Quadrilatero, Verona e Peschiera.
Radetzky ha stabilito un forte presidio difensivo sulla riva destra dell'Adige, a Pastrengo, un piccolo paese in provincia di Verona. Per il comando piemontese il blocco di Pastrengo è un problema da risolvere, se si vuole continuare l'avanzata e raggiungere l'obiettivo delle due fortezze. Bisogna dunque attaccare e obbligare gli austriaci a ripassare l'Adige.
Il comando delle operazioni viene affidato al generale Ettore Gerbaix de Sonnaz, comandante del secondo corpo d'armata. Attaccheranno tre colonne: la prima e la seconda, puntando su Pastrengo, saranno affidate rispettivamente al generale Federici e all'erede al trono Vittorio Emanuele; la terza muoverà verso le alture a sud, agli ordini del generale Broglia.
Dall'altra parte stavano gli austriaci del generale Wocher. Erano disposti su due linee: una davanti a Pastrengo e l'altra fra il villaggio e il ponte militare di Ponton.
Poco dopo mezzogiorno del 30 aprile 1848 Carlo Alberto giunse con le avanguardie del corpo d'armata di Sonnaz davanti a Pastrengo e subito ordinò l'attacco. Coraggioso com'era, il re percorse le prime linee per dare l'esempio ai suoi uomini e gli austriaci, riconosciutolo, cominciarono a farlo bersaglio dei loro colpi di fucile. Del pericolo che stava correndo il sovrano se ne accorse subito il maggiore Negri di Sanfront, comandante dello squadrone di carabinieri di scorta al re. Erano duecento uomini e l'ufficiale li lanciò alla carica contro le posizioni austriache, nel punto da dove partiva il fuoco. Fu come una valanga. Dietro a passo di corsa, si precipitarono le fanterie, attraverso il varco aperto. Sullo slancio la Brigata Cuneo occupò Pastrengo, costringendo gli austriaci a ritirarsi. Purtroppo, come accadrà sempre in questa campagna, mancò uno sfruttamento immediato del successo. Gli austriaci riuscirono a mettersi in salvo.

L'8 aprile, proprio a Goito, c'era stata una significativa premessa di quella che fu la battaglia più importante e la vittoria più significativa della campagna del 1848.

Goito, paese in provincia di Mantova, rappresentava un passaggio obbligato per puntare verso Peschiera. Bisogna ad ogni costo passare il Mincio e a Goito c'è il ponte, naturalmente presidiato da reparti austriaci, consapevoli dell'importanza della posizione. Le avanguardie del primo corpo d'armata del generale Bava giungono in vista di Goito. Lo scontro è immediato e violento con i bersaglieri che riescono a sfondare. Goito è presa e tenuta saldamente. Il 9 aprile i piemontesi conquistano Valeggio e il 10 si impadroniscono anche dei ponti di Borghetto e di Monzambano. Ormai tutto l'esercito di Carlo Alberto è al di là del Mincio.

Nei primi giorni di maggio i piemontesi avevano posto sotto assedio Peschiera ed erano arrivati sotto le mura della città di Verona. Una duplice vittoria contro le due fortezze avrebbe probabilmente messo fine alla guerra, perché dopo la Lombardia sarebbe caduto anche il Veneto. Ma, qualcosa di inatteso, ha scompigliato i piani dei piemontesi. I patrioti veronesi non sono riusciti nel loro intento di far insorgere i cittadini e quindi la città non si è mossa e gli austriaci non sono stati disturbati e hanno potuto controllare la situazione militare.

Carlo Alberto, impossibilitato a dare l'assalto alla munita piazzaforte scaligera, deve ripiegare sulle posizioni di partenza e aspettare la caduta di Peschiera assediata. Dopo il ritiro di Verona, i piemontesi restano per tre settimane in attesa della caduta di Peschiera, dando così modo al feldmaresciallo Radetzky di ricevere i rinforzi tanto attesi.

Nella notte tra il 27 e il 28 maggio Radetzky esce da Verona con quarantamila uomini con l'intento di puntare prima su Peschiera e poi su Mantova. Il trasferimento avverrà senza che i piemontesi si accorgano di nulla.

La marcia degli austriaci su Peschiera subisce un brusco rallentamento quando, il 29 maggio, si scontrano a Curtatone e Montanara con quattromila volontari toscani e napoletani. Il sacrificio di questi volontari, per la maggior parte studenti, aveva consentito lo spostamento dell'esercito piemontese a Goito e impedito a Radetzky la sorpresa.

Dopo Curtatone e Montanara, l'esercito austriaco rallentò la marcia e si fece prudente. Nel pomeriggio del 30 maggio 1848 giunse a Goito, dove i piemontesi lo aspettavano a piè fermo.

Il cannone iniziò a tuonare alle tre del pomeriggio e il re Carlo Alberto si sistemò sull'altura detta dei Somenzari per assistere allo svolgimento della battaglia.

Gli austriaci attaccarono l'ala sinistra piemontese appoggiata su Goito, mentre con reiterati assalti tentava di sorpassare l'ala destra che era priva d'ogni sostegno. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e alcuni battaglioni della brigata Cuneo, che formavano la seconda linea dell'ala destra, iniziarono a ritirarsi. A coprire il questo vuoto fu inviata la Brigata Aosta che attaccò con tanto impeto da costringere il nemico a indietreggiare. Nel frattempo il Duca di Savoia, Vittorio Emanuele, erede al trono, riuscì a riportare la Brigata Cuneo in linea di combattimento e con la Brigata Guardie contrattaccarono il centro e l'ala sinistra del nemico, costringendolo a ripiegare precipitosamente.

Il combattimento era durato quasi quattro ore.

Pur importante tatticamente, la battaglia di Goito non fu sanguinosa in modo particolare. I piemontesi ebbero quarantatrè morti e oltre duecentocinquanta feriti, mentre dalla parte austriaca si ebbero sessantotto morti e trecentotrenta e duecento dispersi. Alla fine dei combattimenti le truppe di Radetzky, abbandonato il primitivo piano di liberare Peschiera, si raccolsero tra Sacca e Rivalta.

Fu una giornata trionfale in ogni senso, per il piccolo e coraggioso Piemonte.

Ecco come Giuseppe Montanelli, professore allUniversità di Pisa e comandante della colonna dei volontari pisani, descrive lo scontro di Curtatone e Montanara nel libro "Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850":

"...Dopo un'ora che stavamo invano aspettando tuonasse il cannone, il colonnello Campia, preposto alle milizie di Curtatone, mi domanda se la nostra compagnia si risentirebbe d'andare a scoprire il nemico. Malenchini prese con sé dieci o dodici uomini e mosse fuori dalla trincea. In meno di dieci minuti comincia il moschettare. Poco dopo Curtatone la zuffa si appiccò a Montanara. Laugier era risoluto a tener fermo, finchè non giungessero gli aiuti piemontesi per ripetuti dispacci promessigli. Fra il fulminare dei moschetti e dei cannoni esce a cavallo fuori dei parapetti e coll'esempio insegna prodezza...Ammutolirono i nostri due pezzi, coi quali il tenente Niccolini faceva assai danno al nemico. Un razzo caduto sulla cassa delle polveri suscita un incendio che uccide o ferisce gran parte degli artiglieri. Le cannonate spesseggiano, sibilano palle, piovono bombe, gli artiglieri incendiati corrono qua e là chi ignudo, chi stracciandosi le vesti in fiamme; e nulladimeno in codesto inferno raggia dal volto dei combattenti letizia celeste, e giovanetti imberbi combattono da leoni".


27/03/2010


FraWeb

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