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29 AGOSTO 1862 - SCONTRO DELL'ASPROMONTE
Quando alla fine di giugno del 1862 Giuseppe Garibaldi ricomparve in Sicilia l'entusiasmo della popolazione si scatenò. Sembrava di essere tornati ai bei tempi della gloriosa spedizione del 1860. Ancora una volta egli partiva dalla Sicilia per un'azione di forza, volta a liberare Roma, la capitale, dall'occupazione francese.

Dopo Palermo, Garibaldi iniziò il suo pellegrinaggio attraverso i luoghi della sua gloria: Alcamo, Calatafimi, Corleone. A Marsala invitò gli astanti a seguirlo fino a Roma, e questi risposero: "O Roma, o morte". Questo grido produsse un tremendo effetto su Garibaldi, che ne fece il ritornello di tutti i suoi successivi discorsi.

Intanto numerosi volontari affluivano a Palermo da tutte le parti, sfilando davanti alle truppe regolari piemontesi che li salutavano cameratescamente. Le autorità non riuscivano a capire se li dovevano considerare amici o nemici. Tutti erano convinti che fosse la solita finta, come nel 1860: la rivoluzione radiocomandata dal re che l'aiutava sotto banco, fingendo di sconfessarla.

Il 20 agosto 1862 Garibaldi era a Catania, dopo aver attraversato tutta l'isola con la convinzione di avere il re, Vittorio Emanuele II, dalla sua parte. Infatti, quando incontrava colonne dell'esercito regolare che gli intimavano l'alt, queste, subito dopo, gli lasciavano il passo.

Nella rada di Catania cerano alcune navi da guerra ma l'ammiraglio Albini, interpretando a modo suo un ordine ricevuto da Torino, permise a Garibaldi e ai suoi uomini, imbarcati su una flottiglia di barche a remi, di andare all'arrembaggio di due piroscafi alla fonda, uno con bandiera francese e l'altro con bandiera italiana, impadronendosi fra urla di gioia. L'ammiraglio Albini diede ordine ai suoi uomini di voltare gli occhi e i cannoni dall'altra parte.

Alle quattro del mattino del 25 agosto 1862 i due piroscafi sbarcarono duemila volontari sulla costa calabra, fra Melito e capo dell'Armi, pressappoco lo stesso punto dello sbarco del 1860. E ancora una volta, come allora, una nave li bombardò, ma era piemontese, non borbonica. Si trattava di una finta per ingannare i diplomatici.

Garibaldi con i suoi uomini si incolonnò verso Reggio Calabria. Ad un tratto udirono una scarica di fucileria. Era un distaccamento di soldati regolari, e quando i garibaldini gridarono che non volevano combattere contro di loro, essi ripresero a sparare. Non c'era scelta: o attaccarli, o evitarli ritirandosi verso l'interno sull'acrocoro dell'Aspromonte. Garibaldi, senza esitare, scelse la seconda alternativa.

Pioveva a dirotto sui garibaldini. Non avevano viveri e la zona aspra e brulla non ne offriva. Non sapevano dove andavano e nemmeno Garibaldi lo sapeva. La popolazione era poca e ostile; i pastori vedevano in quegli uomini dei banditi e temevano per le loro greggi. Anche le guide, poi, risultarono nemiche. Invece di condurre direttamente la colonna alla casetta forestale dell'Aspromonte, e sarebbero bastate dieci ore di marcia, la fecero girare intorno per quattro giorni e quattro notti.

La casetta, avevano assicurato le guide, era un deposito di rifornimenti. Ma i volontari la trovarono vuota. Garibaldi contò i suoi uomini: da duemila si erano ridotti a cinquecento. Tutti gli altri si erano sparpagliati in cerca di cibo e non tornarono.
Lo scontro coi soldati regolari avvenne la mattina del 29 agosto 1862. Erano circa 3.500 bersaglieri e Garibaldi li scorse da lontano. Fece arretrare i suoi uomini ai margini del bosco con l'ordine preciso di non sparare. Era convinto che una volta di fronte a lui, quei soldati si sarebbero uniti ai suoi volontari per marciare tutti insieme su Roma. Perciò si mise davanti, bene in vista, con la sua camicia rossa e il suo "poncho" grigio. I bersaglieri, però, continuavano ad avanzare e giunti a cento metri, dopo uno squillo di tromba, cominciarono a sparare.
Garibaldi venne colpito alla coscia sinistra e al piede destro. Lo trasportarono sotto un albero, mentre i bersaglieri continuarono a sparare. A questo punto i garibaldini risposero al fuoco. Lo scontro durò circa 10 minuti, sufficienti per causare 12 morti, cinque garibaldini e sette regolari, e trentaquattro feriti, quattordici regolari e venti garibaldini. Poi tutti si trovarono intorno all'albero sotto il quale giaceva Garibaldi.

I soldati regolari e i garibaldini fraternizzarono, mentre il colonnello Pallavicini, chinatosi sul ferito, gli intimò la resa. Garibaldi annuì.

Pochi giorni dopo Giuseppe Garibaldi fu sbarcato alla Spezia e rinchiuso nel forte del Varignano.
20/03/2010


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